Intervista a Pasquale Proia
a cura di Roberto Castellucci​​​​​​​
Quando scocca la scintilla dell’amore per la fotografia per Pasquale Proia?
«Più che di scintilla, si potrebbe parlare di arco voltaico: quello prodotto dai carboncini dei vecchi proiettori cinematografici. Ero un ragazzo e mio padre prese in gestione per un periodo lo storico Cinema Italia di Fontana Liri (già attivo da tempo e prima sala cinematografica sorta in provincia di Frosinone). Inevitabilmente, sono venuto a contatto con manifesti, pellicole, giuntatrici, ottiche, proiettori e, naturalmente, film. La cabina di proiezione è stata dunque il luogo della fascinazione per le immagini, e i film la loro sublimazione. Quasi contemporaneamente, il primo vero contatto con la fotografia è avvenuto grazie a un amico di famiglia, Roberto Folchetti, fotografo di terza generazione di una famiglia di fotografi di Arpino attiva sul nostro territorio sin dall’inizio del ’900. È stato il mio primo maestro: ho collaborato con lui sin dall’età di tredici anni, cominciando in camera oscura per poi passare alle riprese. Da lui ho imparato a lavorare tra la gente, durante le cerimonie, che rappresentavano il cuore dell’attività dei Folchetti. Il mio primissimo approccio pratico è stato in camera oscura. Ricordo ancora con chiarezza le prime volte sotto l’ingranditore: il maestro mi fece salire su uno sgabello e, dopo avermi mostrato come mettere a fuoco, mi affidò i passaggi successivi. Sono stati anni importanti di apprendimento della pratica, ma ciò che più mi resta e mi manca di lui è il senso di naturalezza, la sottile ironia nel suo sorriso, direi quasi un’innata grazia nell’essere fotografo senza divismo.»
Qual è stata la tua formazione?
«Ho avuto una formazione scolastica di tipo tecnico, distante dal mondo dell’arte, e mi ci è voluto del tempo per capire che avrei potuto fare un percorso diverso. Questo, tuttavia, non mi ha impedito di coltivare la mia passione in maniera continuativa. Dopo il diploma di maturità tecnica ho frequentato un corso per fotoreporter a Roma, presso il Centro Regionale di Formazione Professionale. In realtà del fotoreportage mi interessava poco, ma è stata l’occasione per lo strappo necessario: incontrare nuove realtà e colleghi ha significato uscire dai confini della provincia e, soprattutto, dai margini del già visto. Da lì è iniziato il mio avvicinamento, con crescente curiosità, al mondo dell’arte e alla sua storia. Durante il corso, sotto la guida di maestri come il direttore della fotografia Erico Menczer, ho imparato a “leggere” la luce prima ancora di misurarla, consolidando un metodo basato sull’uso della luce naturale e sulla consapevolezza dell’inquadratura. Parallelamente, la mia ricerca si è mossa lungo percorsi riconducibili alle avanguardie del Novecento: dai Rayographs di Man Ray alla “nuova visione” di László Moholy-Nagy, fino alla “Soggettiva” di Otto Steinert. In quel periodo il Surrealismo è stato per me una bussola interiore: mi ha insegnato l’importanza dell’ascolto intimo, dandomi il coraggio di esplorare quella dimensione profonda che guida tuttora la mia evoluzione. Fondamentale è stato anche l’incontro con l’opera di Andreas Feininger, da cui ho tratto il rigore per l’inquadratura e la disciplina compositiva, ma anche la capacità di sovvertire quella stessa formalità per far emergere il senso profondo dell’immagine. Questi studi sono poi confluiti nella mia tesi di fine corso La Fotografia dal Surrealismo a Otto Steinert (1987), segnando uno dei periodi più fecondi del mio percorso. Questa attitudine a muovermi su piani diversi ma complementari è sempre stata una costante nella mia vita: una risorsa preziosa, per quanto non priva di difficoltà e rinunce. Un ruolo centrale ha avuto infine l’amicizia e il confronto con il professor Vincenzo Bianchi, a cui sono grato per aver sempre stimolato la mia ricerca. Il suo incoraggiamento è stato determinante in due tappe fondamentali: la mia personale a Senigallia nel 2016, promossa presso il Museo della Fotografia diretto allora da Carlo Emanuele Bugatti, e la mostra Omaggio ad Umberto Mastroianni a Sora nel 2017, da lui curata. Due momenti cruciali che hanno segnato il mio ritorno all’attività espositiva dopo un lungo e travagliato periodo di riflessione.»

To Aleksandr Rodčenko |1993

Che cosa è per te la fotografia?
«Sono innamorato delle immagini e mi affascina realizzarle. La fotografia è per me la via più immediata, quella che padroneggio meglio, per raggiungere le mie sensazioni e restituirle anche agli occhi degli altri. Considero la fotografia un mezzo e non un fine; ciononostante, faccio fatica a definirmi “fotografo”, a racchiudere in questa definizione teorica quella che considero la mia seconda lingua, un modo naturale e poetico per esprimere il mio mondo. Mi sento abbastanza distante dalla fotografia come specchio del reale. Cerco un approccio lieve e preferisco utilizzare frammenti presi dall’ambiente e, partendo dai miei personali punti di osservazione, declinarli secondo il mio linguaggio, con la mia inflessione e il mio accento. Amo la ricchezza dei linguaggi e mi piace osservare il lavoro degli altri, anche quello molto distante dal mio modo di vedere, purché lo ritenga sincero; mi piace apprezzarne l’onestà e la spontaneità priva di formule rassicuranti. Non sono un purista chiuso nel dogma dell’arte, semplicemente per la mia ricerca seguo la via che mi è più congeniale. Come tutti ho le mie preferenze: sorrido davanti alle mode, alle cerchie chiuse, alla ricerca del facile consenso, agli effetti speciali e agli stereotipi.»
Che ne pensi del bianco e nero, esalta o meno la fotografia?
«Personalmente, uso il bianco e nero quando lo ritengo utile per esprimere e veicolare determinate emozioni e concetti. Non ne faccio un feticcio, come invece spesso viene inteso, proposto ed esibito quasi fosse garanzia certa di arte fotografica. A livello compositivo è importante e, per alcuni tipi di fotografia, a volte insostituibile, proprio perché spogliando l’immagine dal colore si filtra la nostra percezione abituale, costringendo l’occhio a concentrarsi essenzialmente sui volumi, sulle forme e sulla luce. Come per tanti della mia generazione è stata una tappa obbligata se si voleva avere il pieno controllo del proprio lavoro; l’ho sperimentato a lungo, affascinato dalla magia della camera oscura. Ovviamente, l’aura che circonda il bianco e nero non mette al riparo da un utilizzo superficiale che ne possiamo fare, sia a livello tecnico che espressivo. Se lo si inflaziona per puro vezzo, rischia di trasformarsi in un banale effetto speciale.»
Come si riconosce l’emozione dell’artista davanti a una foto?
«Il silenzio… e poi un sorriso che apre lo sguardo alla soddisfazione: questa penso sia l’emozione di un artista nel riconoscere qualcosa che lo tocca, nell’essere in sintonia con qualcuno attraverso un’opera, nell’ascoltare lo sguardo dell’altro parlargli direttamente. Davanti a un’immagine che ci colpisce avviene proprio questo: ci si riconosce immediatamente, c’è la netta percezione di un dialogo intimo, in cui si parla con gli occhi. I silenzi non sono tutti uguali.»

Solitudine | 2022

Esiste un metro di giudizio per valutare artisticamente una foto?
«Non ho ricette, posso solo esprimere il mio punto di vista. Non si tratta di ricercare sempre la perfezione formale, ma di comprendere come un’immagine diventi significativa quando riesce a evocare una sensazione, un’atmosfera o dei frammenti di vissuto. La riproduzione della realtà fine a se stessa, del resto, si può considerare una cosa secondaria: quello che conta davvero nell’opera di un autore è la capacità di riconoscere il quotidiano come materia poetica da utilizzare per la composizione. Il mio metro di giudizio è questo: un’immagine ha valore quando riesce a trasmettere un’emozione autentica in cui potersi riconoscere e, al tempo stesso, è in grado di lasciare a chi guarda la libertà di prendere un’altra direzione narrativa, un’altra strada fra i molti universi che ognuno ha dentro.»
Quali sono i mezzi per ottenere visibilità della propria attività fotografica nel mercato dell’arte?
«Da tempo ho scelto di non vivere di fotografia. Anche se per molti anni ho lavorato come fotografo di cerimonie, ho sempre mantenuto un doppio binario con un’altra occupazione. Una scelta dettata anche dal mio carattere: mi manca la vena imprenditoriale e l’attitudine a promuovermi. Sicuramente il web e i social aiutano molto, ma ammetto la mia distanza da queste dinamiche. Sulle piattaforme interagisco pochissimo e le utilizzo quasi esclusivamente per comunicare le mie attività, tenendomi alla larga dal chiacchiericcio. Lo spazio sulla rete a cui dedico davvero attenzione, curandone in prima persona l’impaginazione e l’estetica, è il mio sito web. Per questo motivo la mia idea di visibilità non passa per le logiche di mercato, ma si fonda sul rapporto umano. I mezzi migliori restano i gesti semplici, nati da una spinta emotiva più che da un calcolo. Penso al mio progetto Alcol, un omaggio che ho dedicato al cantautore Claudio Lolli: appena pronto, ho fatto stampare un catalogo e l’ho spedito direttamente alla sua famiglia. Da un mio gesto spontaneo è nato un incontro a Bologna e l’opportunità di valutare una mostra. La visibilità più autentica nasce da qui: dalla volontà di condividere il viaggio con chi è davvero disposto ad ascoltare.»

Sole Corto | 2016

Quanto è stata importante la digitalizzazione per la fotografia?
«Per me è stata fondamentale, ha rappresentato un’autentica esplosione di orizzonti. Nonostante i miei esordi dal sapore quasi magico in camera oscura, con il tempo il mio interesse si era spostato sempre più verso lo scatto, cercando la massima corrispondenza tra intenzione ed esecuzione. Entrare in camera oscura era diventato via via più faticoso: sentivo che la rigidità dei processi tecnici frenava la mia urgenza creativa, con tutto il rispetto per la nobile arte degli stampatori. Ricordo che a metà degli anni Ottanta provavo insofferenza per le lunghe sessioni di stampa e sognavo un’invenzione che permettesse di trattare le fotografie con la stessa fluidità che si aveva con i videotape. Quando è arrivata la fotografia digitale, la mia visione ha trovato il suo mezzo ideale: la “camera chiara” digitale mi ha aperto possibilità infinite, assottigliando quel confine tra scatto, lavorazione ed espressione personale. Oggi non saprei fare a meno di questa tecnologia. Non ho più alcun interesse a tornare all’analogico: non lo rinnego, ma lo considero un passaggio compiuto.»
Che impatto ha sulla fotografia l’intelligenza artificiale e come impatterà, tecnicamente?
«A partire dal presupposto che per me l’onestà conta sempre e in qualsiasi aspetto, quando si parla di fotografia bisognerebbe evitare i falsi problemi legati al purismo tecnico, che personalmente mi annoiano. A chi grida allo scandalo per la manipolazione o al “falso” digitale rispondo che, in fondo, contano le immagini più che sapere la tecnologia o il sistema che le ha generate. La post-produzione e la manipolazione esistono da sempre, fin dai tempi della camera oscura, e il digitale ha semplicemente dato la libertà di espandere il processo creativo. Nel mio caso, e in questo momento, non ho alcun interesse a usare l’intelligenza artificiale per la generazione di immagini. Non ho alcuna obiezione per chi usa i prompt o lavora in quel modo; semplicemente, a me non interessa farlo. Il mio lavoro parte sempre da una traccia reale, da un’attrazione visiva e fisica, che sia una superficie rovinata, un pezzo di legno o un vecchio scatto d’archivio, e si sviluppa attraverso un processo mentale e di post-produzione personale. Certo, a volte posso anche usare l’IA per razionalizzare qualche processo tecnico o per qualche intervento di ritocco mirato; ma certamente non per questioni poetiche o estetiche. Per quelle ci sono io, e mi piace sporcarmi le mani con la materia e rimestare fin quando non ottengo ciò che voglio. Alla fine, la vera discriminante non è lo strumento in sé, ma l’onestà con cui ci si pone di fronte al proprio lavoro e alla propria visione: se non agissi in questo modo per me verrebbe meno la parte fondamentale del processo, la restituzione del viaggio che il mio cervello ha elaborato. Creare a questa maniera è viva parte della mia soddisfazione.»
Quali sono le ultime tendenze della foto?
«Sinceramente, non seguo le tendenze. Per me la fotografia deve rispondere a un’urgenza interiore e a una ricerca visiva personale. Senza alcuna presunzione, il mio lavoro viaggia su strade intime e lontane dalle logiche del momento, che pure rispetto. Non disdegno la velocità e le nuove tecnologie, anzi ne faccio uso, ma ho bisogno di tempi di decantazione e di momenti di cortocircuito creativo. Preferisco guardare dentro me, partendo dalle suggestioni che l’ambiente circostante mi fornisce per poi esprimerle attraverso il mio linguaggio, piuttosto che guardare a ciò che fa il mercato. Da tempo ho scelto di slegare il sostentamento economico dalla ricerca artistica proprio per permettermi questo distacco, anche se non è sempre facile e a volte può essere frustrante.»

Piccoli Uomini | 2024

Come viene considerata la fotografia nel nostro territorio?
«È difficile dirlo con precisione. In generale, per le poche cose che ho fatto, e non mi riferisco solo al nostro territorio, mi sono mosso quasi esclusivamente in autonomia, senza patrocini né sponsorizzazioni, contando unicamente sull’aiuto di amici e di altri artisti. Tranne in qualche raro caso, non sono mai stato ufficialmente invitato ad esporre in zona, ma non ne faccio assolutamente una colpa a chi organizza o alle strutture. Semplicemente, penso di non avere un grande appeal mediatico. Eppure, il legame con questi luoghi per me resta vitale. Per una serie di ragioni negli ultimi anni non mi sono mosso granché ed ho quindi cercato di trasformare la mia stanzialità, intesa proprio nel senso fisico del termine, in qualcosa di produttivo. Il mio territorio è per me la miniera a cui attingo costantemente per la materia prima dei miei lavori. Che sia con la macchina fotografica o raccogliendo appunti visivi con il telefono, l’esigenza è quella di cogliere tutto ciò che mi attrae e di non tornare mai a casa a mani vuote.»
Quale sarà il tuo prossimo impegno?
«Sono stato invitato a esporre a Berlino, all’Art Space Im Grünen Bereich. La mostra, a cura di Beate Linne, sarà visitabile dal 20 al 26 agosto 2026 e presenterà una serie di foto che indagano le potenzialità luminose del nero. Questo lavoro è figlio di quel legame con l’ombra che da sempre abita la mia ricerca creativa. La scintilla è scattata durante le visite ad alcune recenti edizioni del Premio Fibrenus, prestigioso concorso internazionale dedicato all’incisione d’arte, legato allo storico distretto cartario del Fibreno. Sono rimasto profondamente colpito dalla forza visiva delle opere esposte: l’intensità dei loro neri e la tensione della luce che ne emerge mi hanno spinto a cercare una possibile traduzione fotografica di quelle suggestioni, accrescendo il mio interesse per la storia e le tecniche di quest’arte antica. Ripensare poi alle opere di Giambattista Piranesi e rivedere le sue incisioni con i loro contrasti violenti e i neri profondi e drammatici ha segnato l’inizio concreto del progetto, concepito proprio per assorbirne la potenza grafica. Da questa fascinazione è scaturita una realizzazione puramente poetica, incentrata su contrasti assoluti e passaggi drammatici. Prende così forma di Nero e Luce: una serie di circa venti immagini, stampate in un formato raccolto su carta fotochimica Fine Art opaca, scelta proprio per richiamare l’estetica delle incisioni. Non si tratta di un’imitazione, ma piuttosto di un omaggio e di una citazione formale.»​​​​​​​
Fontana Liri, luglio 2026
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Estratto dell’intervista Pubblicato sul quotidiano Ciociaria Oggi
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